L’attuale espansione del miracolo economico in Cina

L’attuale espansione del miracolo economico in Cina

di Sun Shengde

In passato la Cina è stata una civiltà che ha saputo giocare un ruolo primario e di leadership all’interno dell’Asia fino al XIX secolo quando il paese ha registrato un notevole arresto culturale, politico ed economico. Grazie a Mao Zedong, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Repubblica Popolare Cinese è riuscita ad imporre una forma di governo, il sistema socialista autocratico, che ha permesso di assicurare al paese sovranità territoriale, controlli severi sulla vita quotidiana dei cinesi e sui costi. Succeduto a Mao Zedong nel 1978, Deng Xiaoping e gli altri esponenti del partito comunista cinese hanno dato il via ad una economia orientata verso il libero mercato che ha fatto registrare un significativo sviluppo nazionale economico a partire dal nuovo millennio. Attualmente la Cina registra una crescita del proprio PIL pari al 7.3%, dato che subirà un decremento nei prossimi cinque anni secondo le stime degli esperti attestandosi nel 2019 al 5.5%. Ma quali sono stati i fattori che hanno favorito la crescita economica della Cina e la sua affermazione a livello mondiale? Il Dott. Marco Costa, responsabile dell’area euroasiatica presso il CeSEM (partner dell’Associazione), analizza e presenta le linee guida che hanno costituito il modello economico cinese effettuando un raffronto con il modello economico occidentale e con le relative performance.
Il fenomeno della crescita cinese, vertente sulle dinamiche strettamente ideologiche e geopolitiche relative alla pacifica ascesa della Cina Popolare, e in La Via della Seta – Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo, dedicato a diversi aspetti storici e culturali di interrelazione tra area europea e area dell’estremo oriente. Tuttavia risulta evidente che l’argomento Cina – tanto a livello economico visto l’interesse rispetto alle opportunità commerciali, quanto a livello ideologico nell’analisi dell’originalità del modello socialista cinese, non meno che a livello geopolitico rispetto alla chiarificazione della teoria dello sviluppo multilaterale delle relazioni internazionali – può tutt’altro che considerarsi esaurito. Risulta utile a tal proposito proporre un raffronto, almeno schematico, tra le linee guida che hanno segnato il modello economico occidentale (quindi euro-americano) e quello cinese nel corso degli ultimi due decenni; date premesse diverse, dati fondamentali economici diversi, non deve quindi stupire che i risultati, le performance macroeconomiche delle due rispettive aree risultano nel mondo contemporaneo del tutto differenti se non opposte.

L’occidente e la crisi economica ha avuto infatti almeno tre premesse. In primo luogo uno straordinario processo di finanziarizzazione dell’economia, secondo cui si immaginava di portare avanti un modello in cui il denaro si sarebbe moltiplicato infinitamente come variabile indipendente dei processi di produzioni di beni reali. In definitiva la crescita del ruolo della finanziarizzazione è strettamente collegata al processo di innovazione finanziaria avvenuto a partire dagli anni 1980. Tale processo, sospinto dalla deregolamentazione (il cosiddetto neoliberismo) e tradottosi nella creazione e nella diffusione in un mondo sempre più globalizzato di strumenti finanziari oltremodo strutturati e complessi, se in un primo momento può avere favorito lo sviluppo dell’economia, ha poi incoraggiato anche comportamenti incauti, gestioni prive di sani criteri prudenziali e speculazioni spregiudicate; ciò a danno della stabilità dell’intero settore finanziario e, per effetto contagio, di tutto il sistema economico. Nello specifico, l’eccessiva finanziarizzazione del sistema, determinata dal ruolo preminente assunto nel sistema economico dagli intermediari e dagli strumenti finanziari, è ritenuta da molti studiosi una della concause (o addirittura il fattore scatenante) della crisi economica globale partita nel biennio 2007-08. Aspetti tra i più disgraziatamente noti, di questo fenomeno, si sono incontrati nella vertiginosa diffusione di prodotti finanziari virtuali quali i famigerati subprime, i future, i derivati o altri similari. Non è un caso se più di un analista ha definito questo processo come passaggio da economia a stregoneria di Wall Street, alludendo alla smisurata fiducia nella moltiplicazione dei titoli finanziari virtuali.

E poi fu la volta, non meno importante, dell’incartamento recessivo in cui sono precipitate le economie occidentali (anche se, ad onor del vero, quella americana ha potuto fornire risposte differenti alla luce di uno status di sovranità economica contrariamente all’area Euro), è stato il cosiddetto fenomeno della sovrapproduzione. Anche qui, non bisogna necessariamente muoversi secondo coordinate marxiste per ammettere che la crisi economico-finanziaria del nostro mondo è scaturita in larga misura dalla rottura di quell’equilibrio che per decenni – ininterrottamente dal dopoguerra in poi – ha retto il sistema capitalistico occidentale, secondo cui potenziale produttivo e capacità di consumo sono variabili interdipendenti, ovvero l’economia può prosperare nella misura in cui vi sia una massa di consumatori potenziali (interni o esterni) predisposti monetariamente all’acquisto. È evidente che con una drastica proletariarizzazione del ceto medio e una depauperizzazione delle classi lavoratrici le merci prodotte hanno avuto sempre meno consumatori disponibili ad acquistarle, innescando una classica crisi di sovrapproduzione in cui la crisi è prodotta non da scarsa produzione o da calamità naturali o da eventi bellici, bensì come conseguenza del fatto che i lavoratori generalmente non riescono più ad acquistare le merci che concorrono a produrre. Insomma l’archiviazione definitiva di quel modello che solitamente veniva chiamato come sistema fordista. Negli ultimi anni si è sentito dire che la causa della crisi sono il sistema finanziario, i mutui spazzatura, l’avarizia dei mercati, la cattiva amministrazione dei politici e delle istituzioni regolatrici. Probabilmente in ognuna di queste c’è una parte di ragione, in alcune molto più che in altre. Tuttavia, come sostiene David Harvey nel suo Crisis of Capitalism,“sembra che l’ultima cosa a passare per la testa alla maggior parte degli economisti e/o opinionisti di professione è che la causa della crisi sia il sistema stesso, che si tratti di una crisi strutturale. Anche qualche anno fa qualcuno chiese in un gruppo di discussione al quale partecipava se la crisi che allora iniziava a intravedersi fosse una tipica crisi di produzione. Allora pensavo di sì, ed è un’opinione che continuo ad avere. Nella teoria marxista classica le crisi capitaliste hanno origine nelle imprese che non trovano mercato per i loro prodotti. Sovrapproduzione che pertanto tende a coesistere con una situazione di disoccupazione, e che nel suo complesso non è altro che capitale e forza lavoro (un altro tipo di capitale) che non trovano opportunità per essere investiti e generare profitti. Questo non vuol dire che non ci sia scarsità. La sovrapproduzione implica eccedenze di merci e le merci non vanno a coprire i bisogni umani ma la domanda solvente. Così possiamo trovare uno stock, per esempio di merce-casa, che non trova sbocco sul mercato e pertanto si accumula senza essere utilizzato”.[2] Suonano assai familiari queste parole, basti pensare al fatto che solo nel nostro paese ci sono 3,5 milioni di case vuote e, tuttavia, in un contesto di distruzione di posti di lavoro, migliaia di famiglie incontrano difficoltà per dare soluzione a un bisogno così fondamentale come quello di avere un tetto. La causa per la quale il sistema capitalista tende a sfociare in questo tipo di crisi è che, dopo un periodo di espansione, la differenza tra la capacità di produzione e la domanda solvente si fa sempre più profonda, così che la domanda diventa insufficiente, i prezzi si bloccano e diminuiscono, cadono i profitti, le imprese falliscono e i lavoratori rimangono disoccupati. Cosicché, per affrontare le crisi o per evitarle, bisogna creare opportunità dove investire capitale e manodopera e/o incrementare la domanda solvente. Entrambe le cose sono intimamente legate, dato che si distruggono posti di lavoro, la domanda solvente si riduce e viceversa. Stando così le cose, direi che le ultime crisi del capitalismo globale, a partire dagli anni ‘70, sono state crisi delle soluzioni per evitare la crisi di sovrapproduzione. Queste soluzioni sono state in primo luogo,l’intervento dello Stato nell’economia e, in secondo luogo, la liberalizzazione del sistema finanziario e la creazione di complessi sistemi di debito. In entrambi i casi, la questione della casa e dell’urbanizzazione in generale hanno svolto un ruolo fondamentale
tale ipotesi sembra straordinariamente attuale.

Infine ha contribuito in modo evidente ad affossare le economie occidentali: il debito. In realtà l’economia fondata sul debito come regola, per anni e forse decenni ha mantenere in vita un sistema completamente esaurito, secondo uno schema che potremmo così sommariamente riassumere: per indurre al consumo in condizioni di scarsità monetaria si ricorre al debito privato ? il debito privato diventa debito delle banche ? il debito delle banche diventa debito pubblico dove lo Stato funziona sempre come copertura assicurativa dei banchieri ? lo Stato per ripianare i debiti è costretto a tagliare ulteriormente i diritti sociali e tassare ulteriormente la base lavoratrice e produttrice ? implicando una spirale di contrazione ulteriore consumi come un effetto feedback, generando un’auto-alimentazione della crisi. Basti pensare al caso europeo, dove la crisi economica apparve ulteriormente aggravata dalla crisi dei debiti pubblici di alcuni stati europei (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia, Cipro, Slovenia), i cui piani di salvataggio finanziario (erogati dalla cosiddetta troika) furono volti a scongiurare il rischio di insolvenza sovrana (default), con effetti che si rilevarono tuttavia ulteriormente recessivi per l’economia reale. Questi piani furono subordinati all’accettazione di misure di politica di bilancio restrittive sui conti pubblici (austerity) basate su riduzioni di spesa pubblica e aumenti ossessivi delle imposte. Tali ricette sono state pesantemente messe in discussione, da una parte del mondo accademico internazionale (specie di formazione keynesiana), come una delle cause dell’aggravarsi dello stato di crisi che, soprattutto all’interno dell’Eurozona, appariva amplificato dall’attuazione di pesanti misure di austerity (rese necessarie dall’adozione dell’euro con cambio fisso che non consente eccessivi squilibri nel conto delle partite correnti tra gli stati aderenti). Altri esponenti accademici, di cultura liberista, ritengono invece tali misure come necessarie per evitare l’esplosione del debito pubblico e il rischio di default.

La strategia adottata dai governi cinesi che si sono succeduti a partire dal 1976, anno dell’avvio delle prime riforme economiche attuate da Deng Xiaoping, possiamo trovare una straordinaria differenza nei fondamentali macroeconomici; insomma i cinesi si sono affidati ad un modello di sviluppo del tutto opposto rispetto a quello che ha segnato le aree Euro e Dollaro. La Cina è oggi il paese più studiato grazie all’originalità del suo modello economico. Studiato perché è l’unica esperienza di matrice socialista che è riuscita a competere anche sul piano economico con l’Occidente; ma temuto perché è l’unico paese a far fronte agli Stati Uniti senza la necessità di allearsi in un blocco economico (e militare) extraterritoriale. Ma come mai questo paese, che è il più popoloso al mondo, è riuscito ad arrivare a questo livello? La risposta a questa domanda può essere individuata a partire dall’analisi della figura di Deng Xiaoping, l’uomo che ha portato la Cina allo sviluppo attuale. È difficile immaginare come un paese che aveva una crescita annua del 20% sia riuscito a svilupparsi. Nell’economia non è sufficiente che il prodotto nazionale cresca mentre il reddito pro-capite diminuisce, ma Xiaoping è riuscito a portare la Cina ad avere contemporaneamente sia lo sviluppo economico che quello sociale. Per capire questo paese dobbiamo riandare alla storia di questi ultimi anni e analizzarla attentamente. Prima della Rivoluzione cinese guidata da Mao Tse Tung, la Cina era un paese feudale, chiuso e diretto dalle dinastie che lo governavano sotto la supervisione inglese. Con la rivoluzione culturale Mao ha introdotto elementi economici di collettivismo – un modo di produzione basato sulla collettività dei mezzi di produzione – affinché la Cina potesse svilupparsi in maniera autonoma, nonostante quel modello rimaneva ancorato e adatto ad un’economia fondamentalmente agricola. In realtà, Mao è riuscito a controllare il problema della fame in un paese così vasto, ciò nonostante la Cina continuava ad essere assai arretrata economicamente. Con la sua morte, avvenuta nel 1975, la Cina si è divisa in due: i fedeli ortodossi alla parola di Mao, più conosciuti come la banda dei quattro, guidati dalla moglie, che sostenevano che tutti dovevano seguire ciò che lui aveva fatto e continuare la sua opera ostinatamente; e l’altro gruppo guidato da Xiaoping che era fedele al messaggio originario di Mao, come vedremo in seguito. Alla fine ha prevalso Xiaoping e questo è stato cruciale per la Cina in quanto quest’ultimo era abbastanza saggio da riuscire a guidare la Cina sulla strada dello sviluppo e della riforma. L’attuale epoca coincide con la cosiddetta Terza Rivoluzione Industriale, quella della microelettronica. Le precedenti rivoluzioni hanno portato la tecnologia meccanica che permetteva al paese di raggiungere il livello delle altre nazioni ma, poiché questa richiedeva la necessità di laboratori di ricerca, i paesi del terzo mondo sono stati condannati all’arretramento. A partire da questa rivoluzione, si è cominciato invece a verificare che lo sviluppo cinese ha incentivato le entrate dell’industria tecnologica, diversamente dall`URSS che è rimasta ancorata al vecchio sistema incentrato sull’industria pesante. Il programma di sviluppo di Xaoping si è basato sull’introduzione di elementi di mercato attuato con una grande pianificazione centrale. Ossia, Deng ha aperto gradualmente le frontiere cinesi mentre nel contempo continuava a mantenere una decisiva presenza dello Stato nell’economia e nella politica. Lo scopo di questa politica economica intrapresa da Xiaoping è stata l’accumulazione, che secondo tutti i grandi teorici classici dell’economia, come Riccardo e Adam Smith e Karl Marx, è la base preliminare per arrivare allo sviluppo. Questo fatto, aggiunto a una grande politica di controllo della natalità (che è riuscita a bloccare quell’immensa ed altrimenti incontrollata crescita demografica), ha fatto sì che la Cina sia oggi il paese con maggiori prospettive economiche. L’economia cinese ha sempre avuto, in questi anni, un aumento relativamente rapido e costante. La riforma ha affrontato subito ciò che era semplice per poi arrivare al complesso; era iniziata dalle campagne per arrivare alle città, dalla costa orientale per arrivare all’occidente. Dal campo economico a quello politico, culturale, scientifico, tecnologico, educativo ecc. Gli straordinari successi ottenuti dai cinesi confermano la superiorità del sistema socialista, sia pure di un socialismo originale. Riforma, sviluppo e stabilità sono gli unici modi di salvare il socialismo in Cina, giacché senza innovazione non c’è sviluppo, senza sviluppo non si può mantenere la stabilità sociale. Gli obiettivi che la Cina si è prefissa riguardo allo sviluppo economico, si sono svolti in tre tappe fondamentali: dal 1981 al 1990 il PIL pro capite doveva raddoppiare passando da 250 dollari a persona a 500 risolvendo per l’essenziale i problemi della gente riguardo al cibo e al vestiario; la seconda tappa dal 1991 al 2000 il PIL pro capite doveva ulteriormente raddoppiare arrivando a 1000 dollari, ovvero l’entrata del tenore di vita a uno stadio medio con il PIL che passa i 1000 miliardi di dollari. Nella terza tappa il PIL per persona deve triplicare arrivando a un reddito pari allo standard dei paesi mediamente sviluppati, alla metà del XXI secolo. La gente potrà vivere in un benessere relativo dato che la modernizzazione sarà già essenzialmente realizzata in Cina. La Cina ha realizzato nel 1987 il suo primo obiettivo con tre anni di anticipo e nel 1995 l’obbiettivo previsto per la seconda tappa. In seguito la Cina ha concretizzato l’obiettivo della terza tappa riformulando l’obiettivo in tre fasi che durerà cinquanta anni sino alla metà del XXI secolo. L’obiettivo dell’undicesimo piano quinquennale formulato nel 2005 per il 2010 era di mantenere lo sviluppo relativamente rapido e duraturo dell’economia nazionale realizzando il raddoppio del PIL in rapporto al 2000 con un consistente miglioramento del livello di vita. La vita dei contadini doveva essere sensibilmente migliorata e l’insieme delle regioni rurali doveva entrare nel livello medio di benessere. Nella seconda fase, fino al 2020, gli obiettivi economici e sociali sono l’industrializzazione e l’urbanizzazione delle campagne, dove migliorerà il tenore di vita assieme ad un ulteriore arricchimento delle città. La Cina nel suo complesso entrerà in uno stadio di moderato benessere. Nella terza fase, tra il 2020 e il 2050, si pone l’obiettivo è di arrivare a essere un paese socialista moderno a un livello di sviluppo medio. É un programma ambizioso e certamente difficile da realizzare perché quest’ultimo periodo, e qui l’esperienza internazionale insegna, potrebbe essere caratterizzato da una stagnazione con molteplici conflitti sociali. Nei primi anni ’80 la priorità fu data allo sviluppo dell’industria tessile e leggera. Il nono piano quinquennale degli anni ’90 propose la trasformazione del sistema economico e del modello di crescita economica. Il decimo piano del 2000 ha proposto la strategia d’industrializzazione e urbanizzazione (nel 2005 la percentuale di popolazione dedita all’agricoltura si aggirava ancora sul 47% mentre la percentuale della popolazione urbana era solo il 43%). Nel 2005 il PIL era il 4,7% del totale mondiale. La Terza sessione plenaria del 16° Congresso del Partito ha preso la decisione di programmare uno sviluppo scientifico sostenibile centrato sull’uomo. L’undicesimo piano del 2005 ha stabilito i nuovi compiti di accrescere la capacità innovativa, di costruire una nuova campagna socialista e una società armoniosa. Nel 2012 il PIL nominale era secondo le stime più caute già di 7.740 miliardi di dollari, il secondo al mondo e 12.460 miliardi quello a parità di capacità d’acquisto, con un PIL procapite a parità di capacità d’acquisto pari 9.100. Era 8.500 nel 2011 e 7.800 nel 2010. L’industria contribuisce per il 46.8%, i servizi per il 43.6%, l’agricoltura per il 9.6% nel 2010. La forza lavoro è di 815 milioni di persone, con un dato sempre significativo, ovvero una disoccupazione mai superiore al 4%. La Cina offre un ambiente adatto agli investimenti e alla produzione. La Cina è il paese più dinamico del mondo con la crescita più alta. Si apre sempre più verso l’esterno; il costo della mano d’opera, delle materie prime e dei servizi è molto competitivo, l’ambiente macroeconomico eccellente. La Cina sarebbe anche un paese ricco in risorse naturali e agricoltura se non fosse sovrappopolato. Il paese ha comunque notevolmente migliorato le strade, le telecomunicazioni, la qualità delle risorse idriche, l’elettricità e l’approvvigionamento di energia e materie prime sono soddisfacenti. La mano d’opera è sufficiente e la formazione tecnica elevata. La forza lavoro è di 815 milioni di persone così distribuita: agricoltura (36.7%), industria (28.7%), servizi (34.6%) secondo i dati del 2008. La Cina si sta adeguando anche dal punto di vista legale, le leggi sono sempre più in sintonia con la legislazione internazionale. La Cina ha stabilito 120 misure preferenziali per l’investimento di capitali stranieri. Dal 2001 il paese si è proressivamente aperto in tutti i campi all’investimento straniero. I limiti dell’investimento straniero riguardano l’acciaio, l’investimento immobiliare e il controllo macroeconomico riguarda particolarmente i rischi legati al sistema bancario e interessa poco le imprese straniere semmai quelle entrate in Cina con intenti speculativi.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *